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Un sacchetto di plastica è per sempre PDF Stampa E-mail
20180926_sacchetti-di-plastica350 milioni di tonnellate di plastica prodotte ogni anno. Editoriale di Giorgio Nebbia, del comitato scientifico di Green Cross

Lo psicodramma italiano dei sacchetti di plastica ha origini lontane. Da quando l’industria chimica è stata in grado di mettere in commercio sottili pellicole di materia plastica, soprattutto polietilene, in forma di tubi continui, è stato possibile produrre dei sacchetti saldando i tubi a distanza prestabilita e tagliando poi alcuni pezzi per formare le maniglie. Il primo brevetto di sacchetti per il trasporto delle merci è del 1965 e negli anni successivi i “sacchetti per la spesa” o “shopper” si sono diffusi rapidamente: erano abbastanza resistenti in modo da contenere un peso anche elevato di merce, impermeabili all’acqua, leggeri.

Ma i sacchetti per la spesa, fatti per lo più di polietilene a bassa densità, avevano lo svantaggio di “vivere” a lungo, per mesi e anni, essendo inattaccabili da agenti chimici e da microrganismi presenti nel suolo o nelle acque, per cui non si riusciva (e non si riesce) più a liberarsene. Già negli anni Settanta si era visto che i sacchetti di plastica si disperdevano, “indistruttibili”, nei campi, nei fiumi e nel mare. L’unica soluzione per attenuare questi danni ambientali era di non usarli o di usarne “di meno”. Per indurre i consumatori a usare di meno gli shopper, una legge del 1988 (30 anni fa!) fissava un’imposta di fabbricazione di cento lire per ogni sacchetto di plastica venduto.  

Inutile dire che si scatenarono i produttori di materie plastiche e anche i negozianti. La legge prevedeva che l’imposta dovesse essere applicata soltanto ai sacchetti non biodegradabili; una delle prime volte in cui fu considerata la possibilità che una merce fosse degradata per via biologica. La storia dei sacchetti “biodegradabili” si risolse in burletta, addirittura con frodi: alcuni fabbricanti, per evitare l’imposta, “grazie” a false dichiarazioni di compiacenti laboratori, facevano passare per biodegradabili dei sacchetti che non lo erano affatto.

Dopo qualche anno l’imposta è stata abrogata anche per le incertezze delle definizioni e dei metodi di controllo della biodegradabilità. Così gli shopper di plastica indistruttibile hanno continuato indisturbati la loro gloriosa vita, finendo nelle discariche, negli inceneritori - e soprattutto nell’ambiente, mari e pesci compresi.

Pubblicato il 26 settembre 2018 su LaStampa.it. Per la versione integrale clicca qui
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