|
Il rapporto di Green Cross a conclusione della quindicesima Conferenza Onu sul clima
Dopo due settimane di agitazione nelle quali si è visto di tutto, dalle promesse di un mancato accordo agli scioperi non avvenuti, dai litigi tra le nazioni più potenti del mondo agli scontri in strada, il Vertice sul Cambiamento Climatico si è concluso e una serie di valutazioni giunge da tutte le parti. La partecipazione degli Stati Uniti è stata ed è analizzata più attentamente delle altre, seguita dal secondo compagno di inquinamento, la Cina.
Il Vertice può essere descritto come un successo diplomatico last minute, ma al prezzo di un fallimento di vedute. Dal lato positivo, abbiamo il finanziamento "Fast Start' per i prossimi due o tre anni, un vago progetto per un Fondo Climatico per un’azione di mitigazione futura, la promessa di una maggiore trasparenza da parte delle principali economie emergenti e un riferimento al limite di due gradi Celsius di aumento medio della temperatura globale, con una nuova conferenza, entro il 2016, per decidere obiettivi più rigidi in futuro. Infine, dal lato negativo, l'accordo di Copenaghen - fatto su misura per placare le preoccupazioni emotive e le ambizioni politiche a breve termine - proprio non riesce a partire, non raggiungendo lo scopo su come o quando la maggior parte degli obiettivi debbano essere raggiunti. Andiamo verso un aumento di 3-4°C della temperatura globale: in altre parole, verso una catastrofe climatica.
Una convergenza di crisi globali economiche, energetiche e ambientali, strettamente intrecciate, sta dettando il completo riadattamento della risposta mondiale al cambiamento climatico al livello di emergenza. Ciò richiede una vera scienza politica, non il solito compromesso ed i soliti affari. È quanto è fortemente mancato a Copenaghen. Non c'è molto tempo per colmare il divario tra "la solita politica" e la leadership collettiva di trasformazione necessaria per evitare una catastrofe climatica.
Ma dove ha fallito il Vertice?
In primo luogo, secondo l'ultima analisi scientifica e il consenso politico, Copenaghen ha fallito nel tentativo di prendere impegni concreti commisurati alla sfida di limitare l'aumento della temperatura media globale al di sotto del 2 °C. La dichiarazione che il mondo "dovrebbe" limitare il riscaldamento di 2 °C non funziona in quanto non è supportata da un limite della riduzione delle emissioni da parte dei Paesi sviluppati entro il 2020. Ciò è uno schiaffo in faccia ai Paesi in via di sviluppo, che hanno chiesto riduzioni fino al 40%. L'impegno da parte degli Stati Uniti di ridurre, entro il 2020, le emissioni del 17% rispetto ai livelli del 2005 si traduce in appena 3-4% al di sotto dei livelli del 1990 - che è quasi dieci volte inferiore al valore medio che l’UE si è impegnata a raggiungere. Non è una proposta che mette gli Stati Uniti nella posizione di aspettarsi molto dalle maggiori economie in via di sviluppo, ed è amaramente deludente per i Paesi dell'Africa e di altre nazioni povere che già soffrono a causa dell'impatto del cambiamento climatico. Non è una posizione di leadership.
In secondo luogo, l'assenza di un obiettivo per il raggiungimento di un accordo giuridicamente vincolante, difficilmente fornisce le basi per un solido quadro istituzionale per il futuro sistema dei cambiamenti climatici. Inoltre, è assolutamente cruciale il fatto che gli Stati Uniti adottino delle legislazioni nazionali necessarie nella prima metà del 2010, non solo per consentirgli di mantenere le loro promesse, ma anche per evitare che il dibattito sul cambiamento climatico venga completamente inghiottito dalle elezioni a medio termine. La recente sentenza dell’EPA (l’Agenzia di Protezione Ambientale degli USA) fornisce agli Stati Uniti alcune possibilità per un'azione immediata al fine di ridurre le emissioni, ma non è stata sostituta da una legge forte sull’energia nazionale e il cambiamento climatico. Senza ciò, gli altri principali soggetti interessati - tra cui Cina, India e anche l'Unione Europea - potrebbero ritrattare i propri impegni.
In terzo luogo, i meccanismi finanziari e i pacchetti "Fast Start" non sono sufficienti. Una vaga richiesta di un "obiettivo" di 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020 per aiutare le nazioni povere a far fronte ai cambiamenti climatici, con 30 miliardi di dollari per i Paesi meno sviluppati dal 2010 al 2012, non è affatto sufficiente per consentire effettivamente alle nazioni più povere di affrontare le conseguenze che già incontrano, o di anticipare i programmi di sviluppo a bassa economia di carbonio. Il mondo industrializzato ha un debito climatico con le nazioni in via di sviluppo che deve essere rispettato, e non usato come merce di scambio. Per essere credibile, il Fondo Fast Start deve essere seguito, in futuro, da un finanziamento annuale supplementare di almeno 200 miliardi di dollari.
In quarto luogo, i battibecchi politici hanno completamente sminuito gli impegni specifici per intervenire tempestivamente, e anche l'accordo sulla protezione delle foreste tropicali non ha raggiunto lo scopo desiderato. Ma, mentre i dibattiti di Copenaghen non sono stati seguiti da azioni concrete, fortunatamente le soluzioni non sono mancate. L'energia eolica, da sola, ha il potenziale per soddisfare una gran parte della domanda mondiale di elettricità. Dagli anni ‘90, il costo di produzione di energia eolica si è ridotto dell’80%: ora è un buon modo per trarre profitto e per creare occupazione nel settore, e solo negli Stati Uniti è destinato a espandersi di 20 volte entro il 2020.
Gli Stati Uniti hanno a portata di mano molti frutti da raccogliere ed enormi guadagni finanziari, attraverso il miglioramento della loro efficienza energetica - che attualmente è molto più bassa rispetto al Giappone o alla maggior parte di Paesi europei - e incoraggiando le sue industrie energetiche rinnovabili a lungo trascurate. Gli investitori privati stanno già prendendo nota. Secondo alcune stime, dal 2007, sono stati investiti 1.000 miliardi di dollari in fonti energetiche a basso contenuto di carbonio e in edifici. Ma, ogni mese che l’America vacilla sulle proprie legislazioni su clima ed energia, perde investimenti e posti di lavoro verdi.
Il cambiamento avverrà indipendentemente da ciò che è stato fatto - o meglio non fatto - per Copenaghen, o che sarà deciso a Washington. Tuttavia, il passaggio a un basso livello di carbonio e a un’economia verde che deve avvenire per motivi economici e geologici - anche senza introdurre nell'equazione il cambiamento climatico - sarà molto più doloroso, drammatico e costoso, se i governi non riusciranno a guidare la trasformazione. Le forniture mondiali di petrolio raggiungeranno il picco entro il prossimo decennio. Se non saremo preparati a questa transizione, la crisi finanziaria mondiale del 2008-2009, sarà paragonabile a un “pic-nic”. È tempo di considerare un’economia statunitense libera dai 700 miliardi di dollari di fatture petrolifere annuali che pagano attualmente ai fornitori esteri. Vale anche la pena ricordare che, mentre a causa dei nostri anni di inattività, evitare una catastrofe climatica può ora costare fino al 4% della produzione economica globale, è ancora meno del 5% che costa salvare le banche.
Il mondo, e specialmente il popolo americano, ha già perso venti anni di azioni da parte degli Stati Uniti assolutamente necessarie per il cambiamento climatico. Non possiamo tornare indietro. Le emissioni degli Stati Uniti sono aumentate del 20% dal 1997, e le economie emergenti di Cina e India hanno cambiato completamente il campo di gioco. Nel frattempo, la crisi è aumentata e si è ristretto il ventaglio di opportunità per evitare il disastro irreversibile. Ma è ancora lì. Il compito ora è più difficile, più complesso, e ben più urgente, ma se tutte le nazioni lavoreranno insieme, la possibilità di creare un futuro sostenibile sarà a portata di mano.
La cooperazione multinazionale e l'impegno delle organizzazioni internazionali sono condizioni essenziali per un'azione efficace. Fortunatamente, gli Stati Uniti hanno recuperato il loro posto nel multilateralismo globale. A questo proposito, il presidente Obama, durante la cerimonia di conferimento del Nobel per la pace, ha affermato che "l'impegno dell'America per la sicurezza globale non verrà mai meno" e le sue parole dovrebbero essere riconosciute come un impegno politico molto importante.
Il Presidente degli Stati Uniti ha lanciato una sfida per la leadership alle sue controparti a livello mondiale prima e durante Copenaghen, e, fino ad un certo punto, ha funzionato. Ponendosi come intermediario nell’Accordo di Copenhagen, ha gettato il guanto di sfida e ha passato il problema agli americani e ai loro rappresentanti. Molto dipende dal modo in cui risponderanno. Come il Presidente ha dichiarato a Copenaghen "le discussioni internazionali hanno sostanzialmente avuto luogo per quasi due decenni e abbiamo ben poco da mostrare di diverso se non un aumento, un’accelerazione del fenomeno del cambiamento climatico. Il tempo delle parole è finito". Dando l'esempio, gli Stati Uniti hanno l'occasione storica per guidare e unire il mondo per combattere i cambiamenti climatici. Tuttavia, la leadership ha sempre significato più del solo successo politico - si tratta di guidare il cambiamento e non solo di riconoscere la sfida.
Mikhail Gorbaciov, ex presidente dell'Unione Sovietica. Oggi, come Presidente Fondatore di Green Cross International, è a capo della Climate Change Task Force. Alexander Likhotal è il Presidente di Green Cross International e membro della Climate Change Task Force.
|