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Dossier Giornata della Memoria

Dossier Memoria

In questo speciale abbiamo raccolto fotografie, interviste e testimonianze di uomini e donne travolti dalla Shoah. Per mettere a tacere ogni forma di negazionismo.

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Intervista a Dario Venegoni: “Noi, custodi della memoria” PDF Stampa E-mail
20120125_giornata-memoria1In occasione della Giornata della Memoria, Green Cross Italia raccoglie le riflessioni del vicepresidente nazionale dell’Aned

Gli anni della persecuzione nazista Dario Venegoni li ha vissuti attraverso i racconti dei suoi genitori, due deportati politici che si sono conosciuti e innamorati nel Lager di Bolzano. La sua memoria, dapprima privata, è presto diventata pubblica dopo l’iscrizione all’Aned, l’Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti, della quale oggi è il vicepresidente nazionale nonché il presidente della sezione milanese.
Noi di Green Cross lo abbiamo incontrato in occasione della Giornata della Memoria raccogliendo, nell’intervista che di seguito vi proponiamo, le sue opinioni e la sua testimonianza sulla Shoah.

20120125-giornata-memoria2Che senso oggi ricordare la Shoah?

“Per me, che sono figlio di due deportati nel lager di Bolzano, ricordare i lager, il nazismo, il fascismo e le tragedie che in quegli anni coinvolsero milioni di persone ha un senso anche famigliare ma, più in generale, parlare e studiare quella storia, che oramai avvenne poco meno di un secolo fa, ha significato perché ci permette di trarre insegnamenti utili per l’oggi e per il domani. Dobbiamo imparare la lezione dal passato e farne tesoro per il futuro.

Questa ricorrenza riesce, secondo lei, nel suo intento di trasmettere anche ai più giovani la consapevolezza dell’olocausto?
“Io penso di sì. Se ci si guarda intorno, notiamo che le organizzazioni degli ex deportati, così come le organizzazioni ebraiche internazionali, hanno raccolto una quantità considerevole di documentazioni, testimonianze orali e scritte, che chiunque voglia può consultare. Anche il nostro presidente nazionale Gianfranco Maris ha appena pubblicato il suo libro di memorie. Quella dell’Aned è un’attività costante, che continuerà finché ci sarà qualcuno disposto a raccontare la propria storia.

Secondo lei, negli ultimi tempi c’è un ritorno al “negazionismo” o all’odio razziale?
“I segnali che cogliamo nella società odierna ci dicono che questo pericolo c’è. Quando ad esempio un signore imbraccia una pistola di grosso carico e si reca in un mercato frequentato da senegalesi uccidendo due persone e ferendone altre, non può trattarsi di un fatto isolato se poi c’è anche gente che inneggia al suo gesto. Sono segnali concreti e pericolosi che vanno colti.

20120125_giornata-memoria4Quali sono le iniziative che l’Aned organizza in occasione della Giornata della Memoria?
“La nostra idea di memoria è legata all’idea della conoscenza, nel senso che per noi non può esserci memoria senza uno studio o una documentazione rigorosa. Per cui, oltre alle testimonianze dei superstiti, oramai sempre più difficili da raccogliere perché i testimoni sono pochi e hanno tutti attorno ai 90 anni, gran parte delle iniziative che noi organizziamo sono rivolte alle scuole. In particolare, dedichiamo molta attenzione alla formazione degli insegnanti perché sappiamo che poi dipenderà da loro formare una coscienza e una consapevolezza su quello che è avvenuto. Io stesso mi recherò in alcune scuole per parlare della storia dei miei genitori.

Lei ha partecipato alla costituzione dell’associazione? Perché la denominazione “ex deportati politici”?
“L’Aned è nata, in particolare a Torino, per iniziativa di un gruppo di ex deportati politici. Tuttavia, essendo l’unica associazione di deportati che esiste in Italia, è finita per riunire tutti gli ex prigionieri per qualunque motivo e in qualunque campo. Negli altri Paesi non abbiamo un corrispettivo. Ad esempio, ci sono l’Amical di Mauthausen e di Buchenwald o ancora i superstiti di Auschwitz ma non c’è un’organizzazione internazionale come la nostra che raccolga tutti i deportati. Credo che il senso si possa cogliere con le parole di Teo Ducci, deportato superstite  di Auschwitz  ed ex vicepresidente dell’Aned di Milano, che spesso diceva: “Io non sono un deportato politico ma mi considero tale, perché il fascismo e il nazismo hanno fatto di me un nemico politico dei regimi”.

Anche i suoi genitori furono deportati politici. In che modo le hanno raccontato la loro storia?
“I miei genitori parlavano molto diffusamente e serenamente delle loro esperienze politiche degli anni della guerra, tant’è che quando ero bambino non riuscivo a capire bene. Vedevo che i miei genitori erano entrambi molto rispettati ma tutti e due parlavano del fatto che erano stati in carcere e per me questa era una contraddizione, perché pensavo che in carcere andassero solo i malfattori. Per un po’ mi feci l’idea che il carcere fosse come la leva militare, con quegli obblighi che non piacciono a nessuno ma che si devono fare. Non consideravo che mio padre in carcere aveva scontato ben 20 anni e non pochi mesi, perché era andato in galera già durante il fascismo come antifascista. I miei si erano conosciuti nel campo di Bolzano e avevano collaborato in un comitato unitario clandestino”.

20120125_giornata-memoria3Di recente, la sua mostra “Oltre quel muro. La resistenza nel lager di Bolzano” ha evidenziato la solidarietà dei cittadini verso i deportati di quel campo. Com'è stato possibile per loro evadere i controlli delle SS? 
“La situazione di Bolzano era molto complicata perché era una città inserita a pieno nel Reich, con un gauleiter tedesco e nazista. Tuttavia, alcuni hanno trovato il loro modo per aiutare i prigionieri. Ad esempio, c’era una panettiera di una zona vicina al lager che inviava dei bambini tra i deportati per dar loro del pane quando passavano in fila per andare a lavorare nei dintorni. Le SS non se la sentivano di sparare a dei bambini, per cui alcuni di loro venivano anche istruiti per consegnare delle lettere clandestine. È stato grazie al contribuito di persone come lei se dal campo sono potute entrare o uscire lettere, informazioni e quant’altro”.

Con le sue ricerche ha contribuito alla ricostruzione della storia del campo di Bolzano. Quanto è stato difficile questo lavoro?
“Innanzitutto ho riscontrato un problema comune a molti campi: le SS avevano bruciato tutti i documenti. Ma in più il campo di Bolzano era stato distrutto fisicamente alla fine degli anni 50 per far posto a delle palazzine residenziali, lasciando solo il muro di cinta. Se pensiamo ad Auschwitz, ci ricordiamo ad esempio di quel portone di ingresso o ancora della banchina e dei binari del treno, mentre del campo di Bolzano non ci sono immagini, se non quelle che sono riuscito a ricostruire con il computer. È stato un lavoro importante, perché oggi ci consente di farci un’idea visiva del campo.
Per quanto concerne l’elenco dei deportati, ho messo insieme diverse fonti, dai libri dei testimoni alle testimonianze orali, dagli studi sui deportati trasferiti da Bolzano ad altri lager nazisti a quelli dal piccolo comune o dalla provincia, ecc. Quando è uscito il mio libro molti che avevano nella loro famiglia un parente deportato in quel campo mi hanno contattato per segnalarmi i loro nomi, fornendomi anche la documentazione che testimoniava questo passaggio. Ancora oggi sono in contatto con persone che mi forniscono di continuo queste informazioni”.

Siamo in un momento delicatissimo, dove sta per scomparire la voce dei testimoni. Come si prepara l’Aned a questo passaggio?
“A questo ci si prepara in due modi. Da una parte abbiamo pensato a cosa succederà quando l’Aned non ci sarà più, quando non ci saranno più i superstiti o i familiari stretti, e quindi abbiamo dato vita alla “Fondazione memoria della deportazione”, un centro di documentazione e una biblioteca specializzata contenente circa 8.000 volumi, che si trova a Milano nella sede donataci dalla famiglia dell’ex deportato Aldo Ravelli. Inoltre, ci siamo posti il problema di un cambiamento di pelle dell’associazione e abbiamo esteso l’adesione anche ai familiari dei deportati. Siamo convinti, infatti, che i figli e i nipoti dei deportati siano custodi di una memoria familiare che nessuno storico, guardando solo le carte, riuscirà mai a ricostruire”.

Intervista a cura di Anna Moccia e Piera Boca

27 GEN 2012

In occasione della Giornata della Memoria, Green Cross Italia raccoglie le riflessioni del vicepresidente nazionale dell’Aned - Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti

Gli anni della persecuzione nazista Dario Venegoni li ha vissuti attraverso i racconti dei suoi genitori, due deportati politici che si sono conosciuti e innamorati nel Lager di Bolzano. La sua memoria, dapprima privata, è presto diventata pubblica dopo l’iscrizione all’Aned, l’Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti, della quale oggi è il vicepresidente nazionale nonché il presidente della sezione milanese.

Noi di Green Cross lo abbiamo incontrato in occasione della Giornata della Memoria raccogliendo, nell’intervista che di seguito vi proponiamo, le sue opinioni e la sua testimonianza sulla Shoah.

 

Che senso oggi ricordare la Shoah?

Per me, che sono figlio di due deportati nel lager di Bolzano, ricordare i lager, il nazismo, il fascismo e le tragedie che in quegli anni coinvolsero milioni di persone ha un senso anche famigliare ma, più in generale, parlare e studiare quella storia, che oramai avvenne poco meno di un secolo fa, ha significato perché ci permette di trarre insegnamenti utili per l’oggi e per il domani. Dobbiamo imparare la lezione dal passato e farne tesoro per il futuro.

 

Questa ricorrenza riesce, secondo lei, nel suo intento di trasmettere anche ai più giovani la consapevolezza dell’olocausto?

Io penso di sì. Se ci si guarda intorno, notiamo che le organizzazioni degli ex deportati, così come le organizzazioni ebraiche internazionali, hanno raccolto una quantità considerevole di documentazioni, testimonianze orali e scritte, che chiunque voglia può consultare. Anche il nostro presidente nazionale Gianfranco Maris ha appena pubblicato il suo libro di memorie. Quella dell’Aned è un’attività costante, che continuerà finché ci sarà qualcuno disposto a raccontare la propria storia.

 

Secondo lei, negli ultimi tempi c’è un ritorno al “negazionismo” o all’odio razziale?

I segnali che cogliamo nella società odierna ci dicono che questo pericolo c’è. Quando ad esempio un signore imbraccia una pistola di grosso carico e si reca in un mercato frequentato da senegalesi uccidendo due persone e ferendone altre, non può trattarsi di un fatto isolato se poi c’è anche gente che inneggia al suo gesto. Sono segnali concreti e pericolosi che vanno colti.

 

Quali sono le iniziative che l’Aned organizza in occasione della Giornata della Memoria?

La nostra idea di memoria è legata all’idea della conoscenza, nel senso che per noi non può esserci memoria senza uno studio o una documentazione rigorosa. Per cui, oltre alle testimonianze dei superstiti, oramai sempre più difficili da raccogliere perché i testimoni sono pochi e hanno tutti attorno ai 90 anni, gran parte delle iniziative che noi organizziamo sono rivolte alle scuole. In particolare, dedichiamo molta attenzione alla formazione degli insegnanti perché sappiamo che poi dipenderà da loro formare una coscienza e una consapevolezza su quello che è avvenuto. Io stesso mi recherò in alcune scuole per parlare della storia dei miei genitori.

 

Lei ha partecipato alla costituzione dell’associazione? Perché la denominazione “ex deportati politici”?

L’Aned è nata, in particolare a Torino, per iniziativa di un gruppo di ex deportati politici. Tuttavia, essendo l’unica associazione di deportati che esiste in Italia, è finita per riunire tutti gli ex prigionieri per qualunque motivo e in qualunque campo. Negli altri Paesi non abbiamo un corrispettivo. Ad esempio, ci sono l’Amical di Mauthausen e di Buchenwald o ancora i superstiti di Auschwitz ma non c’è un’organizzazione internazionale come la nostra che raccolga tutti i deportati. Credo che il senso si possa cogliere con le parole di Teo Ducci, deportato superstite  di Auschwitz  ed ex vicepresidente dell’Aned di Milano, che spesso diceva: “Io non sono un deportato politico ma mi considero tale, perché il fascismo e il nazismo hanno fatto di me un nemico politico dei regimi”.

 

Anche i suoi genitori furono deportati politici. In che modo le hanno raccontato la loro storia?

I miei genitori parlavano molto diffusamente e serenamente delle loro esperienze politiche degli anni della guerra, tant’è che quando ero bambino non riuscivo a capire bene. Vedevo che i miei genitori erano entrambi molto rispettati ma tutti e due parlavano del fatto che erano stati in carcere e per me questa era una contraddizione, perché pensavo che in carcere andassero solo i malfattori. Per un po’ mi feci l’idea che il carcere fosse come la leva militare, con quegli obblighi che non piacciono a nessuno ma che si devono fare. Non consideravo che mio padre in carcere aveva scontato ben 20 anni e non pochi mesi, perché era andato in galera già durante il fascismo come antifascista. I miei si erano conosciuti nel campo di Bolzano e avevano collaborato in un comitato unitario clandestino.

 

Di recente, la sua mostra “Oltre quel muro. La resistenza nel lager di Bolzano” ha evidenziato la solidarietà dei cittadini verso i deportati di quel campo. Come è stato possibile per loro evadere i controlli delle SS? 

La situazione di Bolzano era molto complicata perché era una città inserita a pieno nel Reich, con un gauleiter tedesco e nazista. Tuttavia, alcuni hanno trovato il loro modo per aiutare i prigionieri. Ad esempio, c’era una panettiera di una zona vicina al lager che inviava dei bambini tra i deportati per dar loro del pane quando passavano in fila per andare a lavorare nei dintorni. Le SS non se la sentivano di sparare a dei bambini, per cui alcuni di loro venivano anche istruiti per consegnare delle lettere clandestine. È stato grazie al contribuito di persone come lei se dal campo sono potute entrare o uscire lettere, informazioni e quant’altro.

 

Con le sue ricerche ha contribuito alla ricostruzione della storia del campo di Bolzano. Quanto è stato difficile questo lavoro?

Innanzitutto ho riscontrato un problema comune a molti campi: le SS avevano bruciato tutti i documenti. Ma in più il campo di Bolzano era stato distrutto fisicamente alla fine degli anni 50 per far posto a delle palazzine residenziali, lasciando solo il muro di cinta. Se pensiamo ad Auschwitz, ci ricordiamo ad esempio di quel portone di ingresso o ancora della banchina e dei binari del treno, mentre del campo di Bolzano non ci sono immagini, se non quelle che sono riuscito a ricostruire con il computer. È stato un lavoro importante, perché oggi ci consente di farci un’idea visiva del campo.

Per quanto concerne l’elenco dei deportati, ho messo insieme diverse fonti, dai libri dei testimoni alle testimonianze orali, dagli studi sui deportati trasferiti da Bolzano ad altri lager nazisti a quelli dal piccolo comune o dalla provincia, ecc. Quando è uscito il mio libro molti che avevano nella loro famiglia un parente deportato in quel campo mi hanno contattato per segnalarmi i loro nomi, fornendomi anche la documentazione che testimoniava questo passaggio. Ancora oggi sono in contatto con persone che mi forniscono di continuo queste informazioni.

 

Siamo in un momento delicatissimo, dove sta per scomparire la voce dei testimoni. Come si prepara l’Aned a questo passaggio?

A questo ci si prepara in due modi. Da una parte abbiamo pensato a cosa succederà quando l’Aned non ci sarà più, quando non ci saranno più i superstiti o i familiari stretti, e quindi abbiamo dato vita alla “Fondazione memoria della deportazione”, un centro di documentazione e una biblioteca specializzata contenente circa 8.000 volumi, che si trova a Milano nella sede donataci dalla famiglia dell’ex deportato Aldo Ravelli. Inoltre, ci siamo posti il problema di un cambiamento di pelle dell’associazione e abbiamo esteso l’adesione anche ai familiari dei deportati. Siamo convinti, infatti, che i figli e i nipoti dei deportati siano custodi di una memoria familiare che nessuno storico, guardando solo le carte, riuscirà mai a ricostruire.

 

Intervista a cura di Piera Boca e Anna Moccia

 

25 GEN 2012

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