Se il clima, che cambia, uccide l’Africa

L’Africa è il continente che sarà colpito più duramente di tutti dal cambiamento del clima. Piogge ed inondazioni inimmaginabili, siccità prolungate, conseguenti raccolti andati a male, rapido processo di desertificazione – volendo citare soltanto alcuni dei sintomi del riscaldamento globale – di fatto hanno già iniziato ad alterare l’aspetto del continente africano.

I più poveri ed i più vulnerabili tra gli abitanti di questo continente saranno particolarmente colpiti dagli effetti delle temperature in aumento: in alcune aree dell’Africa le temperature sono salite ad un ritmo doppio rispetto al resto del pianeta. Nei paesi ricchi, l’incombente crisi climatica è motivo di preoccupazione, in quanto essa avrà un impatto sia sul benessere economico sia sulla vita delle popolazioni. In Africa, però, regione che non ha contribuito quasi in nulla al cambiamento del clima (le sue emissioni di gas serra sono irrilevanti rispetto a quelle di altre zone industrializzate del pianeta), la crisi climatica determinerà la vita o la morte. Di conseguenza, l’Africa non deve tacere a fronte delle realtà del cambiamento climatico e delle sue cause.

I leader africani e la società civile africana devono essere coinvolti nel processo decisionale globale su come affrontare e risolvere la crisi del clima, con metodi efficaci ed al contempo equi. Per questo motivo, quando i capi di Stato del G8 si sono incontrati all’inizio di giugno a Heiligendamm in Germania, ho inviato loro un appello nel quale sollecitavo i Paesi industrializzati a dare il buon esempio, essendo essi inoltre i principali responsabili del cambiamento del clima. Ora, quindi, i leader dei Paesi industrializzati devono intraprendere i passi decisivi e risolutivi volti a contrastare il cambiamento del clima. Essendo inoltre loro i principali inquinatori, i Paesi industrializzati hanno altresì la responsabilità di aiutare l’Africa a ridurre la sua vulnerabilità e ad aumentare i finanziamenti, rendendoli costanti nel tempo ed affidabili, destinati alle prime vittime della crisi del clima, in Africa ed in altre regioni in via di sviluppo.

Sappiamo che tra ambiente, governance e pace esiste un legame preciso molto profondo ed è essenziale pertanto che la nostra definizione di pace e la sicurezza siano allargate fino ad includervi una gestione consapevole e responsabile delle limitate risorse della Terra, come pure una loro spartizione più equa. Il cambiamento del clima rende quanto mai impellente la necessità di tale ridefinizione. Affinché gli esseri umani utilizzano e condividano in modo più equo e giusto le risorse che la Terra offre, i sistemi di governo devono essere maggiormente dinamici ed inclusivi. La popolazione deve provare un senso di appartenenza. Le voci delle minoranze devono essere ascoltate, anche se poi sarà la maggioranza a decidere. Sono necessari sistemi di governo che rispettino i diritti umani e la legalità, e promuovono spontaneamente l’equità. Molti dei conflitti e delle guerre si combattono per avere accesso o il controllo o la distribuzione di risorse quali acqua, carburanti, terreni da pascolo, minerali e terra. Del resto, è sufficiente pensare al Darfur: negli ultimi decenni il deserto del Sudan Occidentale si è ampliato a causa della siccità e di piogge occasionali, fattori imputabili al cambiamento del clima. Di conseguenza, i coltivatori e gli allevatori si sono scontrati per contendersi la poca terra arabile e l’acqua, mentre leader privi di scrupoli hanno approfittato di questi conflitti per scatenare violenze di massa. Sono state uccise centinaia di migliaia di persone. Molte di più sono profughe tra vere e proprie campagne di intimidazione, stupro di massa e rapimenti. Gestendo meglio le risorse, riconoscendo il rapporto che esiste tra gestione sostenibile delle limitate risorse e conflitti, avremo invece maggiori probabilità di prevenire le cause profonde delle guerre civili e delle guerre in generale, e di conseguenza creeremo un mondo più pacifico e più sicuro. L’ambiente, in ogni caso, si degrada poco alla volta e la maggioranza delle persone potrebbe non accorgersene: se sono povere, egoiste o avide, potrebbero essere troppo concentrate sulla propria sopravvivenza o sulla necessità di soddisfare le proprie necessità più immediate ed i propri desideri e non preoccuparsi per le conseguenze delle proprie azioni. Sfortunatamente, la generazione che distrugge l’ambiente potrebbe non essere la medesima che ne pagherà le conseguenze.

Saranno le generazioni future a dover affrontare le conseguenze delle azioni devastatrici dell’attuale generazione. La responsabilità di affrontare i problemi, di fronte ai quali ci troviamo, – ivi compresa la crisi del clima – in tempo utile per il bene comune impone ai governi una volontà politica visionaria, ed al mondo delle corporation una responsabilità sociale. Per quanto concerne il clima siamo chiamati tutti a fare qualcosa di concreto. Molti Paesi, che hanno vaste foreste ed una considerevole copertura di vegetazione, proteggono la loro biodiversità e godono di un ambiente sano e pulito. Alcuni di loro, però, si dedicano ad un accanito disboscamento ed abbattimento di alberi o attingono alla biodiversità lontano dai propri confini. E’ pertanto estremamente importante iniziare a considerare il nostro pianeta un tutt’uno ed adoperarci a proteggere l’ambiente non soltanto a livello locale, ma soprattutto a livello globale. Le pressioni, per sacrificare le foreste e far spazio per gli insediamenti umani, l’agricoltura o l’industria, sono continue e non potranno che aumentare in un mondo surriscaldato nel quale il clima è sempre più instabile. Da un punto di vista politico, è estremamente più conveniente ed opportunistico sacrificare il bene comune a lungo termine e la responsabilità intergenerazionale per la convenienza ed i vantaggi del presente. Ma dal punto di vista morale è nostro dovere agire per il bene collettivo. Abbiamo la responsabilità di salvaguardare i diritti delle generazioni, di tutte le specie, che non sono in grado di farsi sentire. La sfida globale del cambiamento ci impone di non pretendere niente meno di questo, dai nostri leader come da noi stessi.

Wangari Maathai, Premio Nobel per la Pace 2004, è membro del Parlamento del Kenya, fondatore del Green Belt Movement e componente del Comitato d’Onore di Green Cross International

(Fonte: La Repubblica – copyright Ips Columnist Service; traduzione di Anna Bissanti)

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